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June 14

ROBERTO SAVIANO "LA BELLEZZA E L'INFERNO"

di ROBERTO SAVIANO
Anticipiamo parte dell'introduzione al nuovo libro di Roberto Saviano "La bellezza e l'inferno", già da martedì in libreria.
Scrivere, in questi anni, mi ha dato la possibilità di esistere e se qualcuno ha sperato che vivere in una situazione difficilissima potesse indurmi a nascondere le mie parole, ha sbagliato. Ho scritto in una decina di case diverse. Tutte piccolissime e buie. Le avrei volute più spaziose, luminose, ma nessuno me le fittava.

Non potevo girare per cercarle e nemmeno decidere da solo dove abitare. E se diventava noto che io stavo in quella via ero subito costretto a traslocare. E' la situazione di molti che vivono nelle mie condizioni. Ti presenti a vedere l'appartamento che con fatica i carabinieri hanno selezionato, ma appena il proprietario ti riconosce, la risposta è sempre la stessa: "La stimo moltissimo, dottore, ma ho già molti problemi. Capisce, qui la gente ha paura". Però accanto a questa paura, copertura vile per non voler essere ascritti a una parte - alla mia - , ci sono stati anche i gesti di molti che non conoscevo, che mi hanno offerto un rifugio, una stanza, amicizia, calore. E anche se spesso non ho potuto accettare le loro proposte, ho scritto pure in quei luoghi ospitali e colmi di affetto.

Molte delle pagine riunite in questo libro non le ho nemmeno scritte in una casa, ma in camere d'albergo. Buie, senza finestre da poter aprire, senza aria. All'estero è capitato anche che non vedessi nient'altro che quelle camere e il profilo della città dietro i vetri oscurati di una macchina blindata. Non si fidavano a lasciarmi uscire e spesso non si fidano nemmeno a lasciarmi nello stesso albergo per più di una notte. Più la criminalità e le mafie sembrano lontane, più ti trattano come qualcosa che potrebbe esplodergli sotto gli occhi. Con dei guanti che non sai se sono da cerimonia o da artificieri. E tu non capisci se sei più un pacchetto regalo o un pacco-bomba.
 

Più spesso ancora ho scritto in caserma. Nel ventre quasi vuoto e immobile di una grande, vecchia balena fatta per operare. Mentre fuori intuisci movimento, c'è il sole, è già estate. Sai che se potessi uscire, in due minuti passeresti davanti alla tua vecchia casa, la prima dove ti dissero "Finalmente te ne stai andando!", e in altri cinque saresti al mare. Ma non puoi farlo.

Però puoi scrivere. Devi e vuoi continuare. Il cinismo che contraddistingue molta parte degli addetti ai lavori lascia intravedere sempre una sorta di diffidenza per tutto quello che non ha uno scopo preciso. O il distacco di chi vuole solo fare un buon libro, limare le parole sino a ottenere uno stile bello e riconoscibile. E' questo ciò che deve fare uno scrittore? Questa è letteratura? Allora, per quanto mi riguarda, preferirei non scrivere.

Il bisogno di distruggere tutto ciò che possa essere desiderio e voglia: questo è il cinismo. E' l'armatura dei disperati che non sanno di esserlo. Che vedono tutto come una manovra furba per arricchirsi, la pretesa di cambiare come un'ingenuità da apprendisti stregoni e la scrittura che vuole arrivare a molti come una forma di impostura da piazzisti. Nulla può essere tolto a questi signori diffidenti e perennemente con il ghigno di chi sa già che tutto finirà male, perché non hanno più nulla per cui valga la pena di lottare. Ma nel privilegio delle loro vite disilluse e protette, non hanno idea di che cosa possa veramente voler dire scrivere.

Scrivere è il contrario di tutto questo. E' riuscire a iscrivere una parola nel mondo, passarla a qualcuno come un biglietto con un'informazione clandestina, uno di quelli che devi leggere, mandare a memoria e poi distruggere: appallottolandolo, mischiandolo con la tua saliva, facendolo macerare nel tuo stomaco. Scrivere è fare resistenza.

La mia vicenda di questi anni mi ha permesso di incontrare molte persone che non potrò mai dimenticare. Mi ha dato la possibilità di trovarmi con Enzo Biagi, di capire che quell'uomo anziano aveva ancora tanta voglia di interrogarsi e di capire il mondo.

E poi Miriam Makeba, la grande "Mama Africa", la voce che cantava la libertà di un continente e invece è morta a Castel Volturno, dopo un concerto per ricordare sei fratelli uccisi dalla camorra e per esprimere la sua vicinanza a me, che non aveva mai incontrato, bersaglio di un nemico di cui lei non conosceva nemmeno il nome.

Nello stadio del Barcellona ero scortato dai Mossos, i corpi speciali della polizia catalana che volevano portarmi a vedere la partita circondato da un cubo di vetro antiproiettile e che poi, mossi a compassione, mi hanno risparmiato quel nuovo tipo grottesco di prigione. Lì ho incontrato Lionel Messi, l'attaccante argentino del Barça, che è riuscito a rifare, identico, il gol più bello di Diego Armando Maradona. Faccia da bimbo che non dice nulla delle sofferenze che ha patito, delle cure dolorose che gli hanno permesso di crescere e divenire il più grande giocatore dei nostri giorni.

A volte però mi trovo a guardare indietro. E allora so a chi questo libro non è destinato. Non va a tutte quelle persone con cui sono cresciuto, che si sono accontentate di galleggiare, di tirare a campare in giorni tutti uguali. Non va ai rassegnati, fermi a scambiarsi le fidanzate, scegliendo tra chi è rimasto spaiato come le scarpe dentro scatole impolverate. A chi crede che per diventare adulti bisogna caricarsi in groppa i fallimenti di un altro, piuttosto che rilanciarsi insieme in una sfida. Io non scrivo mandando lettere verso un passato che non posso né voglio più raggiungere. Perché se guardo indietro so che rischio di finire come la moglie di Lot, trasformata in statua di sale mentre guardava la distruzione delle città di Sodoma e Gomorra. E' questo quel che fa il dolore quando non ha nessuno sbocco: ti pietrifica. Come se i tuoi pianti, a contatto col tuo rancore, si rapprendessero in tanti cristalli divenendo una trappola mortale. Allora, quando mi guardo indietro, l'unica cosa in cui mi riconosco sono le mie parole.

Questo libro va a chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso per certi poteri che hanno bisogno di silenzio e ombra. A chi ha assimilato le sue parole, a chi si è ritrovato nelle piazze per leggerne delle pagine, testimoniando che la mia vicenda e le mie parole erano diventate di tutti. Senza di loro non ce l'avrei fatta a continuare a esistere pensando a un futuro. Sapendo che la mia vita blindata era comunque una vita. Senza i miei lettori non avrei mai avuto le prime pagine dei giornali, le telecamere in prima serata. Devo a loro se ho compreso l'importanza del confronto con i media. Quando dietro non ci sono il vuoto, la trama di finzioni che non fanno altro che distrarre e consolare, ma ci sono la voglia e il desiderio di tanti di sapere e di cambiare, perché non possono essere usati tutti i mezzi di comunicazione possibili per unificare le forze? Perché averne tanto sospetto o paura?

Paura. In tutte le interviste, in tutti i Paesi dove il mio libro è stato pubblicato, mi chiedono sempre se io non abbia paura che mi possano ammazzare. "No" rispondo subito, e lì mi fermo. Poi mi capita di pensare che chissà quanti non mi crederanno. Invece è così. Perché la peggiore delle mie paure, quella che mi assilla di continuo, è che riescano a diffamarmi, a distruggere la mia credibilità, a infangare ciò per cui mi sono speso e ho pagato. Lo hanno fatto con chiunque abbia raccontato e denunciato.

C'è una frase di Truman Capote, vera e terribile: "Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte". Se ho avuto un sogno, è stato quello di dimostrare che la parola letteraria può ancora avere il potere di cambiare la realtà. La mia "preghiera", grazie ai miei lettori, è stata esaudita, ma sono anche divenuto altro da quel che avevo immaginato. E questo è stato difficile da accettare, finché non ho capito che nessuno sceglie il suo destino. Però può sempre scegliere la maniera in cui starci dentro. E per quanto mi riesca, voglio provare a fare il mio lavoro nel migliore dei modi, senza sconti e semplificazioni, perché è questo ciò che sento di dovere a tutti coloro che mi hanno sostenuto.

Il titolo di questo libro vuole ricordare che da un lato esistono la libertà e la bellezza necessarie per chi scrive e per chi vive, dall'altro esiste la loro negazione: l'inferno che sembra continuamente prevalere. Ad Albert Camus appartiene una piccola frase apparentemente senza peso. Per me, invece, ne ha molto perché mi ricorda quanto Giovanni Falcone diceva a proposito della mafia e del suo essere un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani delimitato da un inizio e da una fine. Ecco allora quel che scrisse Camus: "L'inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia".

E' quello che credo, spero, voglio e desidero anch'io.

© 2004-2009 by Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara
Agenzia Letteraria
© 2009 Arnoldo Mondadori Editore S. p. A., Milano.


(9 giugno 2009)
June 10

PROLOGO A "L'ULTIMO UOMO SULLA TERRA"

"L'utimo uomo sulla terra", ispirato al romanzo 1984 di G. Orwell, chiuderà giovedì la rassegna organizzata dal collettivo teatrale "Gli Alchemici"

da Molfettalive

In chiusura di stagione il Collettivo porta in scena il frutto del laboratorio, uno spettacolo sotto alcuni aspetti ambizioso, in cui alla recitazione si incastrano danza, canto, cinema, per tentare di raccontare la società contemporanea, una società in cui tutto è permesso, solo se a permetterlo è il Granz (il Grande Fratello. la coscienza popolare influenzata e creata dai mass-media), una società in cui scompare il politico e politico diviene semplicemente il "pensare" di poter cambiare lo stato delle cose, poter cambiare lo status quo.

Una riflessione sulla società della globalizzazione, del villaggio globale, che non è altro che l'altra faccia della società della solitudine, in quanto molto spesso le relazioni sociali non sono dirette, ma solo indirette, mediate da internet ed i suoi vari network, una società in cui le relazioni sociali sono solo virtuali, la società del consumo sfrenato in cui l'amore potrebbe essere l'unico vero atto rivoluzionario.

Con lo spettacolo "L'utimo uomo sulla terra", ispirato al romanzo 1984 di G. Orwell, il collettivo teatrale "Gli Alchemici" chiude giovedì la stagione teatrale 2008-2009, una stagione con risultati ottimi, essendo stata la prima stagione organizzata dal collettivo, stagione in cui sono stati ospitati spettacoli di Michele Sinisi, Mariaelena Germinario, Lea Barletti, Corrrado La Grasta, Compagnia del Mulino, ed organizzati seminari e workshop con l'attore Salvatore Marci, la psicologa Ketty Dell'Aquia. la danzatrice Lisa Masellis.

Alle 19,00 è previsto l'incontro degli autori e degli organizzatori con la stampa ed il pubblico presso LA NS Libreria "Il Ghigno" in via G. Salepico 47.

June 07

Cinzia Tani ha presentato a Molfetta il suo nuovo libro, "Lo stupore del mondo" Tra Federico II e lezioni di civiltà

07 giugno 2009

Tra Federico II e lezioni di civiltà

Cinzia Tani ha presentato a Molfetta il suo nuovo libro, "Lo stupore del mondo"

di Pasquale Caputi

Un Medioevo luminoso e avanzato, ricco di fermenti culturali e di grandi uomini, lontano anni luce dall’immagine stereotipata di età buia, di luogo di regressione e oscurantismo. È il Medioevo raccontato da Cinzia Tani in “Stupore del mondo”, libro presentato venerdì alla libreria “Il Ghigno” di Molfetta.

La giornalista della Rai, intervistata da Domenico Mugnolo, docente di letteratura tedesca all’Università di Bari, ha posto l’attenzione su uno dei protagonisti di quel periodo, Federico II di Svevia. L’uomo che, a cavallo di XII e XIII secolo, ebbe un impatto talmente dirompente sul mondo che lo circondava da essere denominato “Stupor mundi” (stupore del mondo, da cui il titolo dell’opera).

La Tani, autrice e conduttrice di numerosi programmi radiofonici e televisivi, si è innamorata per caso del fulvo re di Sicilia. Era impegnata nella realizzazione di un libro sugli “anni ruggenti”, il periodo immediatamente successivo alla conclusione della prima guerra mondiale, quando la Mondadori le chiese di scrivere un romanzo storico. “Fu allora che mi apparve, come in un sogno, Federico II”, afferma la Tani.

La giornalista inizia a girare per tutta la Puglia, visita i luoghi su cui il “Puer Apuliae” (altro suo soprannome) ha lasciato marcatamente la sua impronta. Ne rimane affascinata. Federico II “era bello, il primo dei cavalieri, il più forte – prosegue la Tani – adorava vestirsi bene e lavarsi con accuratezza, ha messo in atto fantastiche leggi contro lo stupro e la prostituzione, ha fondato l’Università di Napoli e la scuola medica di Salerno, ha favorito la tolleranza religiosa, scrivendo anche un trattato sulla falconeria”.

Certo è una figura anche complessa e problematica, afferma Mugnolo: “è un’immagine luminosa nella tradizione italiana, che va verso la modernità piuttosto che verso la conservazione – sono le parole dello storico – ma dal libro emerge pure il profilo dell’uomo che punisce spietatamente gli Arabi”. Un romanzo che non è l’apoteosi dell’imperatore, secondo l’intervistatore, ma la descrizione fedele del personaggio storico.

E fedele dice di esserlo per davvero alla storia, Cinzia Tani, tranne che per qualche passaggio, in cui il fascino del romanzesco prevale sul dato storico. D’altronde è un romanzo, spiega la giornalista. Un romanzo storico, ma sempre un romanzo.

Attorno alla figura di Federico II, “protagonista immobile del romanzo”, secondo le parole di Mugnolo, si svolge l’intera storia. Una storia costruita a coppie, di fratelli e di bambini. Pietro e Matteo, gemelli diversi, l’uno deforme e intelligente, solitario a ambizioso, l’altro bello e arrendevole. In comune un sogno: diventare cavalieri. L’altra coppia è costituita da Rachid e Flora, due ragazzini di religione, cultura e tradizione diverse.

Coppie di opposti insomma. Sintesi delle diversità, linee parallele che convergono. Una lezione di civiltà e una storia di tolleranza. Sullo sfondo Federico II e il Medioevo. Stupor mundi, più che età del buio.

 

 
June 22

PROSSIMI APPUNTAMENTI

 
IL CONTO DELLE MINNE 7 LUGLIO 2009 Ore 19,30
Ogni anno, il cinque di febbraio, nonna Agata vuole accanto a sé la nipote Agatina per insegnarle i segreti della preparazione dei dolci in onore della santa di cui entrambe portano il nome. Mentre impastano le cassatelle a forma di seno, le minne, la nonna racconta il martirio della Santuzza, cui il crudele console Quinziano, non sopportando di sentirsi respinto, fece tagliare le mammelle. La vicenda drammatica e spaventosa offre l' occasione per mettere in guardia la nipotina su una delle regole del mondo maschile: «... Devi sapere che gli uomini, se non ci provi piacere quando ti toccano, si sentono mezzi masculi, ma guai a te se ci provi piacere, perché allora ti collocano tra le buttane».
Questo è solo uno dei tanti avvertimenti, proverbi, consigli che - insieme alla ricetta delle cassatelle - nonna Agata lascia in eredità alla nipote, ingredienti indispensabili a fare di lei una donna
 
 
SEGUE A "CENA CON L'AUTRICE" C\O PALAZZO DE LUCA SONO APERTE LE PRENOTAZIONI
June 19

"I dolori della pace" GIOVEDI' 25 GIUGNO ORE 19,30

Incontro con

GIUSEPPE GOFFREDO,autore del libro

"I dolori della pace"

Presso la nostra libreria
GIOVEDI' 25 GIUGNO - ore 19.30
MOLFETTA (BA)
                    
   

       CONVERSERA' CON
  PROF. GUGLIELMO MINERVINI Assessore Regione Puglia alla cittadinanza attiva e alla trasparenza
-Giuseppe Goffredo
Giuseppe Goffredo poeta e scrittore è nato ad Alberobello in Puglia. Ha pubblicato le seguenti opere di poesia: Fra Muri e Sogni, "Nuovi Poeti Italiani” Torino, Einaudi, 1982; Paesaggi di Maggio, "Almanacco dello Specchio n. 13" Milano, Mondadori, 1989; Elegìe Empiriche Guerini e Associati, Milano, 1992; Elegie Empiriche ampliata e ripubblicata per dall'editore Argo di Lecce nel 1995; Alle Porte di Alessandria (poesie 1977-2000), ed. La Mongolfiera, 2003; Contrade Madri di Aprile ed. Lieto Colle, 2007.
Per la narrativa ha pubblicato “Il Cielo Sopra Baghdad. Diario di un viaggio in Iraq”, ed. La Mongolfiera, 2003, nuova edizione Poiesis Editrice 2006. Per il teatro ha scritto, l’opera in versi: BaghdadBaghdad – Poiesis Editrice, 2006, rappresentata ai Cantieri teatrali Internazionali di Forli nel 2005, con la musiche del pianista Stefano Battaglia. Il romanzo “Con i fiori dei Mandorli in Faccia”, ed. Palomar, Bari, 2006.
Per la saggistica ha pubblicato Cadmos Cerca Europa - il Sud fra il Mediterraneo e l'Europa, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2000; Transumar e organizzar. Il Sud e i legami culturali, ne “Federalismo e Mezzogiorno”, Franco Angeli editore; Scontro di civiltà o crisi di civiltà? in: Bandiere di pace (interventi di G. Chiesa, Carlo Gubitosa, Alex Zanotelli) Chimienti editore, 2003; I dolori della Pace. Crisi o scontro di civiltà nel Mediterrareo. Dal darwinismo politico al disarmo culturale, Poiesis Editrice, Alberobello, 2009.
Ha curato: DA QUI. Piccola antologia della poesia e dei poeti mediterranei. Editore Argo, Lecce, 1993. Ha curato l’antologia “Poeti Circus – i nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni” Poiesis Editrice, 2005.
Ha pubblicato poesia sulle riviste e sui libri: Pace e Guerra; Poesia; Linea D’Ombra; Alfabeta; Lengua; Quaderni del Fondo Moravia, Nuovi Argomenti, Puglia in Versi, ed altre.
Dal 1983 al 1993 ha ideato e diretto a Conversano Poesia Inchiostro rassegna della poesia e dell’arte fra i Paesi Mediterranei. Dal 1994 ha fondato e dirige i Seminari di Marzo dialoghi: Mezzogiorno-Mediterraneo-Europa, la rivista da Qui letteratura arte e società fra le Regioni e le Culture mediterranee, Poiesis Editrice. Ha fondato e dirige Poiesis Editrice
 
 
recensioni da quindici online
 
» I dolori della pace in un mondo in crisi di civiltà, confronto a Molfetta «

Guglielmo Minervini ha presentato alla libreria “Il Ghigno” l’ultimo libro di Giuseppe Goffredo

27/06/2009

MOLFETTA - Una vita vissuta tra impegno civile, sociale e politico, una personalità poliedrica, dalla biografia interessante, che si è misurato tanto con la poesia che con la narrativa; uno dei protagonisti della riflessione sul pensiero mediterraneo e sulla necessità di affermare con forza l’identità mediterranea, consapevole delle proprie caratteristiche e differenze.
Con queste parole, alla libreria “il Ghigno” è stato introdotto Giuseppe Goffredo, in questi giorni in tour per presentare il suo ultimo libro: “I dolori della pace. Scontro o crisi di civiltà nel Mediterraneo dal darwinismo geopolitico al disarmo culturale del passato”.
Si tratta di un libro decisamente attuale, che tratta tematiche entrate ormai nelle abitazioni di tutti, ma che non vengono affrontate con la freddezza di un giornalista o di un saggista, ma con il coinvolgimento e la passione di un poeta.
«E’ un saggio militante, appassionato, la scrittura è molto inquieta. E’ un testo scritto in prosa ma intinto di poesia, con tutta la forza visionaria che la poesia può avere», così Guglielmo Minervini, che ha vivacemente animato la discussione con l’autore, ha letto questo saggio. E lo stesso Minervini ne offre la chiave di lettura rintracciabile sin dal titolo “I dolori della pace”: il dolore è inteso come contrazione, come uno sforzo breve ma lacerante che partorirà qualcosa di inedito, è la tensione del passaggio da una civiltà della guerra ad una della pace, da una civiltà del dominio a una della convivenza e della convivialità.
Il punto di svolta dal quale il libro parte è l’11 settembre, data in cui il mondo come lo conoscevamo, con i suoi equilibri, cambia, e viene percepito come un momento di rottura col passato non solo da politici e statisti, ma anche dalla gente comune, da tutti noi.
Dall’11 settembre la guerra comincia a diventare un pensiero unico, dominante, non solo come guerra pratica, non solo come combattimento, ma come eliminazione dell’altro, della cultura dell’altro e del suo diritto ad esistere in quanto essere umano. La politica di Bush dopo il crollo delle torri gemelle ha seguito senza esitazioni o ripensamenti questa strada e per convincere non solo l’America, ma tutto il mondo, che l’altro fosse da eliminare ha effettuato due operazioni: in primo luogo quella di semplificare, indicando come causa di un problema un capro espiatorio e come soluzione l’eliminazione di quest’ultimo; in secondo luogo stereotipizzare, indicando l’altro non più come una persona ma come una categoria.
Purtroppo queste operazioni, con un minimo di senso critico, sono rintracciabili anche all’interno dei nostri confini nazionali: e allora la mancanza di sicurezza nelle nostre città è dovuta alla presenza di extracomunitari che devono essere cacciati, extracomunitari, clandestini senza un volto, senza una storia, senza passione, senza sentimenti.
La lotta alla guerra diventa pertanto una lotta contro l’assottigliamento delle coscienze che stiamo vivendo, la pace non è altro che una parte inesplorata della storia che possiamo vedere, se lo vogliamo, perché esistono strade alternative alla guerra. Bisognerebbe riconoscere l’altro come parte di noi stessi ed avere la consapevolezza di condividerne il destino.
Secondo Guglielmo Minervini il libro lascia aperte tre questioni che possono farci vedere al futuro con maggiore ottimismo: in primo luogo l’insediamento di Obama alla Casa Bianca e il discorso rivoluzionario pronunciato il 4 giugno rappresentano un nuovo punto di partenza per la politica estera americana e non solo che fanno intravedere quella strada possibile alternativa alla guerra; la crisi che stiamo vivendo segna la nascita di un nuovo mondo nel quale bisognerà rifare la misura di tutto e nel quale, probabilmente, le cose materiali verranno finalmente subordinate alle persone; il Sud all’interno di questa crisi ha la possibilità di creare un nuovo futuro senza dover rincorrere il Nord, potrà essere padrone del suo destino.
Sono queste le sfide che probabilmente ci aspettano e che Giovanni Goffredo propone di affrontare attraverso la poesia: «La sostanza del mondo e della nostra esistenza è poesia, la poesia è un modo per trovare noi stessi per intero, senza scissioni, in comunione con gli altri».
Ilia Micelli
 
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